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La battaglia dei Sessi

Susan Sontag scriveva; “L’unico periodo di vera libertà sessuale è stato quello compreso tra il 1968, la rivoluzione, e il 1981, data della comparsa dell’AIDS”.

E’ proprio negli anni ’70 che si disputa la seconda battaglia dei sessi, denominata in questo modo perché i giocatori sono di genere differente, un maschio e una femmina. E’ stata proprio questa battaglia che ha dato inizio ad una rivoluzione che avrebbe travolto generazioni, paesi, culture, e anche me; ho ricordi nebulosi dei raduni a parco Lambro a Milano e degli scontri alla facoltà di architettura a Roma.

Gli Stati Uniti, da canto loro, vivevano un periodo di ampia trasformazione: Nixon e lo scandalo Watergate, la guerra in Vietnam, l’odio razziale, la liberalizzazione dei costumi sessuali e il movimento femminista.

Billie Jean King, una strepitosa Emma Stone, muove la sua esistenza personale e professionale in questo tempo complesso. La scelta registica, impeccabile, regala momenti di buon godimento, sfiorando solamente tematiche sociali di grande interesse. Presumo che questa sia stata una scelta stilistica della coppia, nel cinema e nella vita, di Valeie Faris e Jonathan Dayton.

Avevo 13 anni e sentivo parlare di queste cose che avvenivano nel mondo, come tante ragazze. Avevo scelto di giocare a tennis e di non fare danza classica…una ribellione? Non so rispondere, ma so che è stata una sensazione di leggerezza sapere che una donna aveva sconfitto un uomo, e non solo su un campo da tennis.

Si stava sgretolando il sistema maschilista, si stavano facendo scelte radicali per una sessualità libera femminile, una sessualità che dava ascolto al proprio corpo, si muovevano passi decisi e incerti, al contempo, nel mondo del lavoro, stravolgendo quello del focolare domestico.

Stavamo ri-conoscendo e ri-trovando noi stesse. E per una tredicenne questo ha avuto il suo peso specifico.

Billie Jean King, non era solo una donna e una femminista, è a lei che dobbiamo l’equiparazione dei guadagni dei giocatori nel tennis.

E’ una donna lesbica che ha imparato, con intense difficoltà, a conoscersi, per affermare se stessa e la sua omosessualità. E siamo tutte un po’ Billie Jean, nei nostri coming out o nel nostro nasconderci, nell’essere velate.

Volevo un film intenso e vibrante, solo verso la fine della pellicola ho capito che l’intensità è dentro di me. Ho respirato quei tempi a pieni polmoni, non curante di quanto quell’aria potesse bruciare. E ho fatto la mia scelta.

“Non ho mai scritto una lettera d’amore” si recita nel film raffinato e elegante “Dove non ho mai abitato” nelle sale cinematografiche in questi giorni, la protagonista Francesca è una donna che fa una scelta differente, sceglie di non amare, le sue ferite sono ancora sanguinanti, mi ha ricordato Billie Jean e le sue ferite che, al contrario, cerca di mostrare, vuole disperatamente amare. Sempre Francesca, nello stesso film, continua “chi è abituato a scappare, fa sempre quello, scappa”. Billie Jean non scappa più, non vuole farlo, Francesca lo farà, sa fare solo quello, senza giudizio. Facciamo fatica a curare le nostre ferite.

Due donne, due film, che hanno emozionato la mia anima, Francesca che sceglie una vita fatta di emozioni a tinte tenui e Billie Jean che sceglie di vivere emozioni a colori rainbow.

Entrambe scrivono una lettera d’amore, Francesca sceglie di vivere l’amore per un attimo e Billie Jean decide di viverlo per una vita intera.

A entrambe queste donne va la mia stima.

Angela Infante - Presidente Gay Center



 

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