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Cento donne a Roma. C' anche Angela Infante, Presidente di Gay Center

C'è anche Angela Infante, Presidente di Gay Center e Counselor di Malattie Infettive al Policlinico Tor Vergata,

tra le fotografie delle cento donne a Roma che saranno esposte ai Musei Capitolini dal 4 aprile al 12 maggio 2019.

Un viaggio, libero da giudizi e pregiudizi, lungo 18 mesi alla scoperta di realtà capaci di raccontare le diversità e le innumerevoli contraddizioni che animano la Capitale.

L’esposizione   –   curata    in    collaborazione    con CultRise    e    allestita    dallo  studio FUKSAS nei Musei Capitolini - accompagna il visitatore, ma non lo influenza: presenta la città così come appare, attraverso la quotidianità e le esperienze di donne che, a Roma, sono passate anche solo per un giorno. Il risultato è uno straordinario contrasto: un insieme di immagini, di sfaccettature di un luogo che rimane unico, senza tempo. Gli scatti sono di Jacopo Brogioni e le parole di Raffaele Timperi. La mostra e il catalogo sono curati da Treccani che con questa iniziativa ha voluto essere presente, ancora una volta, nella vita culturale di Roma e mostrare il suo impegno nelle sfide della contemporaneità. I Servizi museali di Zetema progetto Cultura. 100 volti, 100 vite, 100 ruoli: 100 donne capaci di raccontare una storia. Quella di Roma.

Ricordiamo che l'accesso ai Musei Capitolini è ridotto per i tesserati Arcigay o Gay Center - arcigay.it/convenzioni

Qui tutti i dettagli sulla mostra: Cento Donne a Roma

 

 

Angela

Ponte dell’Industria, confine Quartiere Ostiense e Quartiere Portuense

Angela lavora come counselor per il Policlinico di Roma Tor Vergata, nel reparto di malattie infettive. La sua attività è rivolta alle persone sieropositive. L’AIDS (sigla di Acquired Immune Deficiency Syndrome) è stata per decenni una malattia incurabile e mortale, fino a quando, nel 1996, arrivò la terapia antiretrovirale. Negli ultimi anni la ricerca è progredita a tal punto che oggi una persona sieropositiva, se opportunamente trattata, può tenere sotto controllo la sua condizione e persino renderla non trasmissibile.

Oggi una delle questioni principali legate all’HIV (sigla di Human Immunodeficiency Virus) è ancora la sua percezione nella società. L’immaginario collettivo è cristallizzato agli anni Novanta, quando le massicce campagne d’informazione scossero il mondo. Fu quello un periodo in cui non esistevano ancora cure efficaci e in Italia morirono decine di migliaia di uomini e donne. Non che la questione clinica sia risolta; le cure, infatti, sono molto costose e accessibili quasi unicamente nei Paesi economicamente avanzati del Primo mondo Tuttavia una certa arretratezza nella percezione comune pesa sul lavoro di prevenzione e sulla consapevolezza di chi vive la condizione di sieropositività. Una persona sieropositiva sente gravare su di sé un doppio pregiudizio che la porta spesso a nascondere la propria condizione, fino ad arrivare a percepirsi estranea alla società. Il primo è legato alla presunta incurabilità della malattia, per cui la persona sieropositiva teme di essere considerata dagli altri, dai suoi stessi amici, quasi un intoccabile. Aspettativa poco piacevole, ma che trova terreno fertile in una informazione sull’HIV spesso superficiale. Il secondo pregiudizio è quello nei confronti di una malattia classificata come ‘sessualmente trasmissibile’ e che negli anni Novanta veniva semplicisticamente associata alla popolazione omosessuale. Una persona eterosessuale avrà quindi paura di essere considerata omosessuale, in una società che ancora troppo spesso è discriminante verso la comunità LGBT. Questo tipo di timore è reale, assurdo ma reale. Tuttavia, il sentimento destabilizzante contro cui molte persone sieropositive lottano, e su cui si concentra parte del lavoro di Angela, è un’altro: il senso di colpa. Nessun malato di nessuna malattia si sente in colpa per la propria condizione. Molti sieropositivi, che tra l’altro non sono malati, si sentono in colpa. Sentono di essersela andata a cercare. Quasi di meritare questo castigo. Ciò è il risultato di un rapporto distorto tra sieropositivi e sieronegativi, delle reciproche aspettative degli uni sugli altri. Per questo l’HIVè qualcosa che coinvolge l’intera società.

«Nel 2003 ho conseguito un diploma in Counseling e nel 2005 ho cominciato a lavorare nel reparto Malattie Infettive del Policlinico di Roma Tor Vergata. Il mio lavoro è duplice. Aiutare i medici a relazionarsi con il paziente a cui viene comunicata la sua sieropositività e poi durante tutto il percorso terapeutico. Seguo i pazienti nell’elaborazione di questa nuova condizione, caratterizzata purtroppo da un grande bagaglio di significati psicosociali, che una persona sieropositiva si ritrova d’improvviso addosso e che deve quindi imparare a gestire. Le persone sieropositive a Roma sono molte, questo vuol dire che ci sono giovanissimi, ragazzi nella prima età adulta, padri e madri di famiglia e persone che adesso entrano nella terza età. Lo spettro e la tipologia sono molto ampi, nonostante i luoghi comuni. Ognuno è unico e diverso dagli altri, quindi ciascuno ha reazioni e approcci differenti. Il mio lavoro è delineare un percorso comune e uno parallelo individuale, sostenere le persone in ogni tappa di questo cammino aiutandole a identificare ogni difficoltà, a cui va data una giusta dimensione e una possibile soluzione. Un passo alla volta. La difficoltà principale è riuscire ad affrontare tutto insieme il peso della condizione di sieropositività, perché è ancora troppo sfaccettata e troppo legata ad elementi esterni, alla società».

Oltre alla sua attività in ospedale, l’altro grande impegno di Angela è il Gay Center con sede a Testaccio, di cui è presidente. Tornando a casa dalla sede dell’associazione, oltrepassa il ponte che separa il quartiere Ostiense dal Portuense: il Ponte dell’Industria o, com’è chiamato più semplicemente dai romani, Ponte di Ferro. Commissionato da papa Pio IX, fu costruito prima dell’annessione di Roma al Regno d’Italia. Originariamente la sua funzione era quella di connettere la linea ferroviaria dal porto di Civitavecchia alla Stazione Termini, ma, a seguito del consistente aumento del traffico ferroviario, all’inizio del XX secolo venne modificato il tracciato della linea. Invece di essere smantellato, il ponte venne restaurato e aperto al traffico a doppio senso di marcia. Camminando da via del Porto Fluviale, alla destra del ponte c’è una lapide posta in ricordo di quello che è conosciuto come l’Eccidio del Ponte dell’Industria. Durante l’occupazione tedesca, il comandante della città, il generale Kurt Mälzer, ordinò un ulteriore razionamento del pane alla popolazione civile, che già da tempo soffriva la fame: 100 grammi. Era il 26 marzo 1944. In tutti i quartieri popolari di Roma le donne protestarono in fila davanti ai forni. Il 1° aprile alcune donne presero d’assalto il forno Tesei, colpevole di utilizzare la farina non per distribuirla alla popolazione ma per rifornire le truppe di occupazione. Una squadra della Polizia dell’Africa Italiana, di stanza a Roma e fedele alla Repubblica di Salò, denunciò alle SS alcune donne, che il 7 aprile vennero arrestate, fatte allineare lungo le transenne del ponte e fucilate sul posto per rappresaglia. Dieci donne, identificate solamente decenni dopo grazie alla ricostruzione dello storico Cesare De Simone.

«Oltre alle attività istituzionali di presidente, all’interno del Gay Center mi occupo principalmente sempre di counseling sulla questione HIV. Siamo un riferimento per molte persone sieropositive, organizziamo gruppi di discussione e attività di ampio respiro, come gli incontri sulla salute e le attività culturali, sempre a tematica HIV. Quello che mi sta più a cuore è il progetto denominato HAArtisticaMENTE e indirizzato a persone sierocoinvolte. Indifferentemente, sia sieropositive sia sieronegative, perché questo tema riguarda tutti, direttamente e indirettamente; l’HIV è una condizione relativamente nuova e in continua evoluzione. L’informazione e la sensibilizzazione hanno un notevole impatto non solamente sulla prevenzione ma anche sulla presenza della sieropositività all’interno della società. Questo incide molto su come una persona sieropositiva vive la sua condizione, bisogna andare oltre il tabù e capire realmente che cosa l’HIV rappresenti oggi. In questo progetto utilizziamo laboratori artistico-espressivi con cui approcciare la questione nel suo complesso, lavorando per abbattere delle barriere che non hanno senso di esistere. Questo arricchisce tutti, uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali, sieropositivi e sieronegativi. Siamo tutti sierocoinvolti». 

 
 
 
 
 
 


 

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